Con quale sistema elettorale gli italiani voteranno il 25 settembre?

La disciplina del rinnovo dei membri della Camera e del Senato è attualmente stabilita dalla l.n. 165 del 2017. Tenuto conto del  rischio di maggioranze disomogenee fra Camera e Senato, e per altro verso della pessima prova dei sistemi con premio di maggioranza, la legge prevede per ambedue le Camere un sistema elettorale misto proporzionale/maggioritario, che segna un ritorno alla fase della legislazione elettorale in vigore dal 1994 al 2005, pur se con un dosaggio invertito e con qualche altra differenza.

Il sistema è infatti per il 36% maggioritario, con assegnazione del seggio al candidato della lista o della coalizione di liste che abbia ottenuto il maggior numero di voti, e per il 64% con distribuzione proporzionale dei seggi fra le liste o le coalizioni di liste che presentino un elenco di (non meno di due e non più di quattro) candidati, senza possibilità per l’elettore di esprimere preferenze, nelle 20 circoscrizioni del Senato (una per ogni regione in base all’art. 57 Cost.) e nelle 48 circoscrizioni della Camera.

L’elettore ha a disposizione una scheda per la Camera e una per il Senato e, per la quota di seggi da distribuire con sistema maggioritario, non può esprimere un voto per il candidato di una lista o di una coalizione di liste diversa  da quella relativa alla quota di seggi da distribuire con sistema proporzionale, e viceversa: il c.d. voto disgiunto è vietato.

Infine, per ogni lista è previsto il raggiungimento di una soglia minima del 3% di voti a livello nazionale per ottenere seggi, e una soglia minima del 10% per ogni coalizione. I voti delle liste partecipanti a una coalizione che abbiano ottenuto una percentuale di voti compresa fra  l’1% e il 3%, vengono assegnati alla coalizione, mentre quelli inferiori all’1% non vengono conteggiati ai fini della traduzione in seggi.

Come accennato, la riforma del 2017 aveva la funzione di superare il sistema, stabilito dalla legge del 2005 e poi anche da una sua riforma del 2015, che assegnava un premio di maggioranza in seggi alla lista o alla coalizione di liste che avesse ottenuto la maggioranza relativa dei voti. La legge del 2005 era stata giudicata illegittima dalla Corte costituzionale con sentenza n. 35 del 2017, nella parte in cui introduceva il turno di ballottaggio tra le due liste che avessero ottenuto il maggior numero di voti al primo turno, replicando quel rischio di irragionevole sproporzione tra voti ottenuti e seggi conseguiti grazie al premio di maggioranza, già censurato dalla Corte con sent.n. 1 del 2014. Era infatti possibile, ed era accaduto alle elezioni del 2013, che una lista che aveva ottenuto il 24% dei voti si era vista riconoscere 340 seggi alla Camera su 630, quindi più del 50%. Non vale obiettare che distorsioni del genere si possono avere anche con un sistema maggioritario, perché in quel caso esse derivano da una competizione politica fra le liste che si realizza collegio per collegio, mentre col sistema del premio è la legge che “regala seggi” alla lista meglio piazzata. Non è un caso che il sistema del premio si sia avuto solo in Italia, dove i legislatori si credono particolarmente astuti, e invece sbagliano e producono disastri.

Anche se la Corte lo aveva censurato solo se fosse stato costruito in modo da provocare quell’irragionevole sproporzione, si capisce perché la legge del 2017 abbia fatto sparire il premio di maggioranza. Il che è stato un bene, dopo le pessime prove fornite dal premio, che può funzionare solo se il sistema politico si articoli in due poli.

D’altra parte, il sistema maggioritario, almeno nella variante del turno unico che abbiamo conosciuto in Italia, presuppone coesioni politiche che al momento non sono disponibili. Venute meno le speranze riposte nelle capacità trasformative del sistema elettorale, sarà bene che la competizione sia libera dall’obbligo di creare artificialmente coalizioni eterogenee e poco capaci di una solidale azione di governo. Questo è un punto fondamentale. Fra le legislature seguite alla prima (1948-1953), la Repubblica non ne ha mai avuto una che si sia conclusa con lo stesso governo formato all’indomani delle elezioni, e non poche sono state le legislature in cui la composizione politica dei vari governi sia cambiata anche drasticamente.  Qui c’è il punto di maggiore continuità fra la prima e la seconda fase della Repubblica, che va oltre la differenza costituita dalla presenza, nella prima, di partiti considerati antisistema e comunque mai rappresentati al governo. Infatti, dal 1994  l’alternanza fra centrodestra e centrosinistra è stata piena ad ogni legislatura (a parte l’anomalo tripolarismo di quella dal 2018 al 2022), ma senza che ciò abbia comportato una maggiore stabilità dei governi.

La formazione di coalizioni fragili, destinate a rompersi in breve tempo, ha sempre impedito la stabilità dei governi in corso di legislatura e con essa la possibilità per le maggioranze di presentare un conto corretto agli elettori, di metterli in condizione di punirle o di premiarle. Non è la stabilità come tale, ma il collegamento fra potere e responsabilità per il suo esercizio ad essere  condizione di buon funzionamento della democrazia.

Il fatto che dal 1994  abbiamo avuto prima un sistema maggioritario, e poi un sistema proporzionale con premio di maggioranza (2005-2017), non ha affatto cambiato questa situazione. L’ha anzi aggravata, costringendo i partiti a presentarsi davanti agli elettori dentro coalizioni forzate e insincere, animate ogni volta dalla promessa  di avere un governo all’indomani del voto che durasse fino alle elezioni successive. La semplice verità è che non è mai accaduto. Per questo sono falliti tutti i sistemi elettorali che si sono succeduti da allora. Per questo non possiamo accettare che trenta anni siano passati inutilmente.

La necessità di riformare la legge elettorale del 2017 era imposta da un’altra ragione. La recente approvazione della legge costituzionale 19 ottobre 2020 n. 1 ha ridotto il numero dei membri della Camera da 630 a 400 e il numero dei membri del Senato da 315 a 200. Essa è destinata di per sé a produrre non soltanto un rilevante effetto maggioritario, ma anche  la conseguenza di privare di rappresentanza parti significative del territorio nazionale, comprese quelle di alcune regioni minori.

Nella ricerca del sistema di traduzione di voti in seggi da sostituire a quello in vigore, sarebbe stato pertanto necessario correggere l’eccessivo effetto maggioritario determinato dalla riduzione del numero dei parlamentari, scegliendo sistemi  che non solo garantissero un equilibrio fra rappresentatività e stabilità delle maggioranze parlamentari, ma ponessero anche i partiti di fronte alle loro responsabilità davanti agli elettori e impongano per altro verso agli stessi elettori la scelta del meno peggio. Ciò sarebbe stato possibile sia con un sistema proporzionale provvisto di una clausola di sbarramento che scoraggi la frammentazione, sull’esempio tedesco, sia con un maggioritario a doppio turno di collegio che costringessero i partiti a limitare il campo delle opzioni possibili senza le innaturali costrizioni dei sistemi elettorali che abbiamo sperimentato in Italia.

Invece non è accaduto nulla. I partiti rappresentati in Parlamento che volevano cambiare la legge elettorale non hanno avuto la forza e la capacità politica di farsi valere. Quindi, il 25 settembre andiamo a votare con la legge del 2017. Speriamo bene!

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